Why do we love Football: an ultras journey

di Simone Renza

 

Non c’è luogo al mondo in cui l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio

(Albert Camus)

Tu continua il tuo viaggio e non tornare finché non crollerai per stanchezza o vecchiaia. Tornerai per constatare che qui tutti sono diventati meschini o pazzi o vecchi

(Manuel Vázquez MontalbánL’uomo della mia vita)

 

Viviamo un’epoca distopica, nella quale la socialità, per come la conoscevamo, è stata cambiata da un fattore imponderabile qual è il virus.

Emblema e climax della socialità è lo stadio: spesso si sente dire da chi lo vive “mi sono trovato abbracciato stretto a gente che non so nemmeno chi fosse ma che in quel momento era il migliore dei miei amici“. Nulla di più reale.

Stile di vita, subcultura… chi vive quei novanta minuti, ma non solo, nelle curve di ogni stadio del mondo è conscio che l’essere etichettato è utile solo ai fini dell’inquadramento da parte di chi non vuole o non riesce a comprendere cosa possa essere quella passione, quel fuoco, quell’amore.

Nick Hornby in “Fever Pitch” (Febbre a 90°), assoluto masterpiece per chi ama il Gioco, scrive: “Ho imparato molte cose dal Gioco. Gran parte della mia conoscenza dei luoghi in Gran Bretagna e in Europa non proviene dalla scuola, ma dalle partite in trasferta o dalle pagine sportive, essere hooligan mi ha dato sia il gusto per la sociologia che una certa esperienza di lavoro sul campo. Ho imparato il valore di investire tempo ed emozioni in cose che non posso controllare e di appartenere a una comunità le cui aspirazioni condivido completamente e acriticamente“.

Un dato però può essere dato per certo: sin dagli anni ’70 in Inghilterra, proprio per questa loro incollocabilità sociale ed il loro essere visti come corpi estranei, gli ultras sono stati banco di prova per ogni strumento di politica repressiva sia essa meramente normativa o più concretamente poliziesca (il famoso modello inglese propinatoci per anni e anni che, però, non prevede solo stadi di proprietà ma molta repressione). Ognuna di queste “sperimentazioni” è sempre stata accolta con grande simpatia ed empatia della c.d. società civile, nell’ignoranza che si è sempre trattato di politica di colpevolizzazione strategica per il tramite della quale si sono fatte passare nell’ordinamento misure draconiane, su tutte il Daspo,  non solo senza battere ciglio ma, bensì, con piena approvazione.

ultras
Carica della polizia a Leeds contro un gruppo ultras, anni ’70

Parliamo di tutto questo con Francesco Berlingieri, libraio, scrittore nonché ultras del Foggia.

Ciao Francesco, grazie del tuo tempo…partiamo dalle basi: cos’è per te Foggia e il Foggia Calcio?

Banalmente, Foggia è la città in cui sono nato, sono stato adolescente, mi sono innamorato; è la città in cui ho scelto di rimanere e dove provato a costruire qualcosa di duraturo. Foggia è la storia dei miei, dei miei amici, dei miei affetti. È un luogo sentimentale del tutto casuale. Il Foggia calcio è l’identità, l’unica, di questa città.

E invece cos’è per te il Calcio?

Uno sport che, fino a un certo punto, mi è piaciuto seguire, in maniera bulimica e monoteista. È lo sport che mi è stato messo davanti agli occhi prima ancora della prima adolescenza. Prima ancora di poter capire se fosse o meno più bello del baseball. Ho scoperto tardi la pallavolo di Velasco, la pallanuoto di Rudic, il basket di Tanjevic. Perché ero impegnato a guardare “Gol su Gol” a Telecapri.

Chi sono gli Ultras?

Una grande cultura di strada. Probabilmente, a livello di immaginario e di comportamenti collettivi, la più incisiva

Si sente sempre parlare di “mentalità”: quanta ce n’è nel tifo organizzato oggi? Come si è evoluta questa mentalità?

Guarda, sono dell’idea che la “mentalità” sia un feticcio, come i Vangeli. Di suo non ha quasi nulla di sbagliato, come del resto non ce l’hanno i Vangeli. Ma ho l’età per non fidarmi di coloro che la citano continuamente. Come non mi fido di quelli che invocano il crocifisso e assistono ai naufragi nel Mediterraneo. Ogni volta che qualcuno fa riferimento alla “mentalità” sento odore di bruciato.

Quanta politica, nel senso più nobile, c’è nella Curva? Ma, soprattutto, quanta dovrebbe essercene? è davvero necessaria?

La politica, intesa come aggregazione, socialità, agire orientato, è in ogni atto umano. Ha bisogno di collettività per esprimersi e incidere. Può farlo anche in curva, certo. Ma non è la curva il suo luogo deputato. È la strada. È necessaria, sì – e te lo dice uno che, da astensionista, rimpiange i partiti di massa e le sezioni diffuse – ma sbaglia chi pensa che siano i gruppi ultras a dover fare da panacea di una crisi valoriale che è nata nei quartieri, nelle città, e che deve essere risolta fuori dagli stadi, prima di tornare a mostrarsi – sotto qualsiasi forma, anche conflittuale, in curva. Da troppe parti, militanti e politicanti chiedono che i gruppi si sostituiscano alle aggregazioni classiche: ma noi nasciamo per fare il tifo, non siamo il surrogato dei fallimenti altrui.

Il mondo ultras è sempre stato banco di prova per la repressione, non da ultimo ricordiamo il Daspo: perchè, secondo te? Cosa non viene compreso del fenomeno?

Il fenomeno viene compreso benissimo, invece. Perciò è il laboratorio ideale per ogni nuova spinta repressiva da testare. Immagina: gente irrazionale che si sobbarca anche duemila chilometri in una giornata per andare a sventolare un bandierone di 6 metri quadrati o a cantare un coro dall’altra parte d’Italia, che si prende le cariche dalla polizia o carica i tifosi avversari, che fa branco, che ha un suo codice, che è irriducibile nelle sue convinzioni e che, anche per la “mostrificazione” mediatica, non sta simpatica a nessuno, è perfetta per testare nuove limitazioni della libertà individuale: del resto, chi leverebbe la voce per difendere questi psicopatici?

Il caso Speziale è stato paradigmatico, cosa ne pensi?

Beh, quello ben oltre il calcio, a mio avviso. Il paradigma è nel rapporto quotidiano tra il cittadino X e il “tutore” del suo borghesissimo “ordine”. In Italia, come in molti altri posti al mondo, la divisa ha bisogno di sopprimere ogni esemplare insubordinazione principalmente perché – a parte le pasoliniane difese d’ufficio – non è amata. E non fa niente per esserlo. In Italia la divisa è sopraffazione, autoritarismo, botte in questura. Se l’attacchi e la passi liscia diventi pericoloso. Ergo: meglio un innocente in galera che ammettere un errore e lasciare che questo adombri una serata di guerriglia in cui la celere è stata messa sotto attacco.

Mi parli del significato di trasferta (specie se fatta in territori ostili)?

Guarda, io sconto una diffida dal 2014 e sistematicamente, la domenica sera, c’è un momento che mi torna in mente: quando i furgoni chiudono i portelloni e comincia la strada del ritorno, specie d’inverno; che c’è il buio fuori e dentro è evaporata l’adrenalina dell’andata. E in radio non c’è più la musica dell’andata, ma la telecronaca di Radio Uno da un palazzetto dello sport. Quello è uno dei momenti perfetti della mia vita. La trasferta, per un ultrà, è tutto: è preparativi, vigilia, tensione. È approssimarsi alla città nemica come un drappello di assedianti. E poi l’essere guardinghi, il saper leggere i segnali, lo stare pronti. E non c’è niente di più esaltante che entrare in uno stadio che ti fischia.

“No al Calcio Moderno” è stato uno slogan echeggiato negli stadi sin dagli anni ’90, ma, con questa pandemia, siamo arrivati quasi ad un Calcio Distopico: possiamo ancora parlare di quel gioco che ci ha fatto innamorare sin da piccoli o è ormai qualcosa di completamente diverso?

No. Io quando voglio sentirmi ancora innamorato ripenso alle stagioni che vanno dal 1986 al 1989. Le stagioni del mio assolutismo integralista, del mio non concepire altro che il Foggia: le figurine, il Subbuteo, il Corriere dello Sport, le lacrime alla promozione mancata, la gioia incredibile a quella ottenuta. Mi emoziono ancora, oggi, ma è più la nostra ostinazione, la nostra immaginazione, che la realtà, a farci battere il cuore. Se batti il Bari è sempre bello. Ma se lo batti da casa e senza tifosi, è una specie di fiction. È Vikings visto dal salotto.

“Football is nothing without fan”: è ancora vero?

Boh. In fondo, noi siamo parte dello spettacolo. E nel capitalismo ci possono essere gli spettacoli esentasse ma non quelli senza scopo di lucro. Alla fine, anche la nostra carica antagonista è stata riconvertita: le coreografie sono servite alle campagne abbonamenti delle pay-tv e delle società, il nostro modo di stare sugli spalti s’è fatto macchietta. Il calcio senza tifosi potrebbe andare avanti tranquillamente. Ma a breve, senza spalti, senza ricambio generazionale, a furia di disprezzare quel che piace ai tifosi, sarà l’industria calcio a non interessare più. Non credo gli convenga. Ma fatti suoi…

Cosa ti sentiresti di dire ad un ragazzo che si affaccia in curva per la prima volta?

Di essere umile, di farsi gregario, di imparare, di fare e di tacere. Che la curva ti svezza più della scuola, se eviti di entrarci come se sapessi già tutto.