Pichichi, il leone di Bilbao

Muri, muri e ancora muri. I Paesi Baschi vanno capiti sopratutto guardando i loro muri e ancora di più osservando quello che portano inciso nelle svariate mani di vernice, date per coprire i graffiti dell’ETA, nell’intonaco fiaccato dalle brezze marine che spirano dal Golfo di Biscaglia e nei mattoni, silenti testimoni di una storia millenaria sconosciuta a chi non vive in questo francobollo appiccicato ai Pirenei.

I muri a Bilbao non servono solo per tenere in piedi i tetti, sono molto più importanti per la comunità, sono dei veri e propri campi da gioco. I baschi oltre ad essere i custodi di tradizioni ancestrali e di una lingua esageratamente complessa sono anche i miglior giocatori di pelota, il primo sport con palla mai praticato sul suolo spagnolo. La prima traccia di questo sport si può far risalire al 1509 quando il governo di Bilbao ne vietò la pratica all’interno della Cattedrale di Santiago. 

Foto di Fundación Cementerios Británicos en España

Il XVI secolo è un secolo cruciale per la storia dei Paesi Baschi sopratutto perché è in questo periodo che incominciano i commerci con gli inglesi e il nord Europa: la lana prodotta in Castilla veniva commercializzata a Londra e nella Fiandre grazie al porto di Bilbao aiutando così il nord della Spagna a diventare una delle zone più industrializzate e con più immigrazione britannica di tutta la penisola iberica. Come abbiamo visto, in Euskal Herria si giocava a pelota già da prima che gli inglesi vi ci impiantassero le loro industrie, e i loro marinai. Agli inglesi però va la paternità della prima partita di calcio giocata a Bilbao. Se doveste ritrovarvi a passeggiare lungo la riva sinistra del Nervion potreste imbattervi in una placca che ricorda dove era situata “La Campa de los ingleses”, il primo campo da gioco che si sia mai visto tra quelle verdi colline.

A differenza di quanto succedeva nel sud della Spagna – dove due medici scozzesi avevano già fondato il Recreativo Huelva nel 1889 – a Bilbao il calcio serviva soprattuto come mezzo di integrazione tra le due comunità che abitavano in città: la borghesia basca e gli immigrati inglesi. Ovviamente i rapporti tra bilbaini e britannici non erano sempre idilliaci e le sfide tra squadre miste erano all’ordine del giorno, fino a che i baschi decisero di proclamare la loro autonomia – calcistica – dagli ospiti di oltre manica. 

Siamo nel 1894 e undici ragazzi bilbaini vollero sfidare ufficialmente i marinai inglesi. Se avessero vinto sarebbero stati liberi di organizzarsi come meglio credevano per far proliferare il calcio in tutta la città. La partita si disputa in un caldo pomeriggio di Bilbao e il primo tempo si conclude con i padroni di casa sotto di due gol. A questo punto agli ospiti viene in mente la trovata del secolo: quando i giocatori baschi stanno uscendo dal campo per l’intervallo trovano undici polli arrosto che li stanno aspettando. L’invito è troppo goloso per essere declinato. I padroni di casa, appesantiti dal pranzo dell’intervallo, deambulano sotto il sole cocente e prendono altri quattro gol, per un punteggio complessivo di 0-6. E’ in quel momento che scatta la scintilla, i più intraprendenti del gruppo pensano che quell’onta si possa lavare solo fondando una squadra che riunirà i migliori giocatori della città. Sono stati piantati i semi che quattro anni dopo germoglieranno con il nome di Athletic Club de Bilbao. 

Foto di Athletic Club

Il 1894 è un anno fondamentale non sono per il calcio ma anche per la società basca. Mentre i ragazzi che giocavano alla Campa de los ingleses pensano a far nascere una squadra tutta loro uno svogliato studente di diritto all’Università di Barcellona sta ponendo le basi per l’ideologia e  i simboli alle quali si abbevererà una generazione alla disperata ricerca di un’identità nazionale. Sono le mani di Sabino e Luis Arana che tracciano le righe che compagno l’ikurriña, la bandiera basca; è Sabino a coniare il termine Euzkadi, che sta ad indicare la regione che tutto il resto del mondo conosce come Paesi Baschi ed è sempre il minore dei due fratelli a partorire il Euzko Alderdi Jeltzalea, ossia il Partito Nazionalista Basco, in vita ancora oggi. 

pichichi

E’ proprio una grande generazione quella che sta nascendo e si sta formando sulle rive del Nervion. In questa nidiata di giovani, però, c’è un ragazzo che è davvero particolare. E’ nato in pieno Casco Viejo il 23 maggio 1892, figlio di una famiglia dell’élite bilbaina: il padre era stato sindaco e la madre era una sorta di nipote di Miguel de Unamuno, un’istituzione per la letteratura spagnola. 

Quando nasci in una famiglia del genere sei destinato a fare grandi cose e infatti il padre manda il piccolo Rafael Moreno in un collegio perché i preti facessero di quel suo bambino un degno erede per quella fortuna accumulata in tanti anni di lavoro. Ma Rafael Moreno è un bambino troppo vivace per stare seduto in un banco e un giorno si innamora del football, questo passatempo così in voga importato una manciata di anni prima dagli inglesi. Rafael rimane incantato a guardare le partite alla Campa de los Ingleses e quando può si propone per partecipare. Il padre però ha in mente un altro tipo di futuro per quel figlio così vivace e decide che sarebbe meglio se frequentasse la facoltà di diritto all’Università di Deusto. 

Rafael ubbidisce al padre ma in ogni secondo della giornata pensa a una e una sola cosa, il calcio. Quando gioca risulta essere molto bravo e ha doti da centravanti innate. I suoi compagni litigano per averlo in squadre e per lui coniano anche un nome di battaglia, Pichichi, ad indicare la sua bassa statura e il suo fisico esile (un metro e cinquantaquattro per cinquanta chili). 

La fama di questo giovane fenomeno cresce di partita in partita fino a che nel 1911 arriva la Chiamata. L’Athletic sta cercando un bomber per affermare ancora di più il suo dominio in Copa Del Rey (a quel tempo La Liga non esisteva e si giocavano solo piccoli campionati locali, ndr) e pensa che quel nanetto che gioca con un fazzoletto annodato in testa possa fare al caso suo. 

Con Pichichi al centro dell’attacco l’Athletic è una macchina perfetta, arriva a conquistare quattro Copa Del Rey, di cui tre consecutive, nel 1915, 1916, 1917 e 1921. Ma Pichichi non è solo un centravanti fenomenale, è anche un innamorato cronico della vita. E’ la prima grande stella del calcio spagnolo, acclamato come un torero e amato con un Dio venuto tra le colline della Biscaglia. 

Dei 200 gol segnati in carriera per l’Athletic il più importante è quello messo a segno nell’1-1 del 28 luglio 1913 contro il Racing Irun. Lo so, raccontato così sembra un gol normalissimo ma quello è stato il primo gol della storia del San Mames. Lui, il figlio del sindaco, destinato a diventare avvocato aveva tenuto a battesimo lo stadio di iconico di Spagna.

Pichichi è diventato talmente forte e popolare da valicare i confini dei Paesi Baschi e dell’Athletic. Nel 1920 ad Anversa vengono organizzate le prime Olimpiadi del dopoguerra e la Spagna, alla sua prima esperienze olimpica, mette insieme un vero e proprio equipazo, composto da tredici giocatori baschi. In porta c’è Zamora, miglior portiere della storia di Spagna che come Pichichi avrà un premio intitolato; dietro Belauste, roccioso difensore di quasi due metri su cui si fondava il grande Athletic degli anni 10-20; a metà campo c’era l’architetto della squadra Samitier da Barcellona, che poi verrà spostato più avanti; e in attacco il figlio del sindaco, Rafael Moreno Aranzadi, in arte Pichichi. 

La spedizione spagnola sarà un trionfo, riuscendo a tornare con al collo la medaglia di argento. Nella finale per il secondo posto contro l’Olanda – la formula dell’epoca prevedeva che chi venisse sconfitto dal campione potesse giocare un torneo di consolazione per la medaglia di argento – Pichichi mette a segno il suo unico gol con la maglia delle furie rosse per sigillare il risultato sul 3-1. 

pichichi

Da questo momento in poi si affievolirà in Pichichi quell’amore viscerale che era scattato per il gioco degli inglesi e ad appena ventotto anni deciderà di togliersi il fazzoletto dalla testa e di appendere le scarpe al chiodo. Il suo ultimo gol fu segnato contro il West Ham. Il cerchio si era chiuso, tutto era partito dagli inglesi e con gli inglesi doveva finire. 

Proverà anche ad arbitrare ma accortosi che i tifosi non andavano più al campo per acclamarlo ma, molte volte per insultarlo, decise di uscire di scena nel 1921.

Le leggende non possono invecchiare, devono liberarsi presto della loro condizione terrena per  passare all’immortalità. E’ così per il Grande Torino, per Ayrton Senna, per Manolete e anche per Pichichi che si trasferirà per sempre al San Mames ad appena 29 anni, in seguito ad una febbre tifoide causata da alcune ostriche avariate. Si dice che le sue ultime parole furono rivolte a Chomin Gomez-Acedo, suo compagno di squadra, per raccomandargli la moglie e la figlia.

pichichi

Ovviamente, Bilbao non poteva dimenticarsi dell’arciere che aveva scoccato così tante frecce e che era appassito in un baleno come un fiore troppo bello per eterno. Bisognava omaggiarlo in qualche modo, nel 1926 l’Athletic decise che San Mames avrebbe avuto un ospite fisso quando venne inaugurato un mezzo busto che raffigura il piccolo grande cannoniere figlio di quella città che sembra una dichiarazione d’amore alla nostalgia perennemente bagnata da lacrime che scendono dal cielo. L’omaggio più grande arrivò nel 1928 dal quotidiano Marca che decise di assegnare un premio al miglior cannoniere del campionato intitolato proprio al figlio del sindaco. 

E così Rafael Moreno Aranzadi, in arte Pichichi, il leone di Bilbao non smetterà mai di ruggire.