La metamorfosi di Juan Guillermo Cuadrado

Dopo aver regnato incontrastatamente a livello nazionale per nove lunghissimi anni, uno dei cicli juventini più vincenti di sempre sembra essere giunto ad un inevitabile capolinea. Al termine di un’annata a dir poco atipica, nel bel mezzo di quel periodo dell’anno nel quale – nelle ultime stagioni – solitamente la pratica Scudetto era già archiviata, i bianconeri rischiano addirittura di vedere sfumare la qualificazione alla prossima Champions League. Una prospettiva impossibile anche solamente da immaginare qualche mese fa.

Nonostante i proclami in pompa magna che incensavano Andrea Pirlo come il salvatore della patria, arrivato direttamente dal futuro con idee che avrebbero rivoluzionato il mondo del calcio, l’avventura del tecnico bresciano è parsa in salita fin da subito: un po’ per la sua – più che comprensibile e giustificata – mancanza di esperienza, un po’ per le lacune causate da alcune discutibili scelte societarie che hanno presentato il conto con qualche anno di ritardo, come per esempio la spinosa questione-Ronaldo. Pirlo ha provato a disegnare diversi abiti per la sua Juve, cambiandole modulo più e più volte, senza però mai trovarne uno su misura. Tanti interpreti sono spesso sembrati fuori contesto e ai numerosi infortuni ai quali ha dovuto far fronte, si sono aggiunte assenze pesanti dovute a casi di positività al Covid durante i periodi più delicati della stagione.

Spesso ci si accorge dell’importanza di qualcuno solo quando lo si è irrimediabilmente perso, quando ormai è troppo tardi. L’improvviso caos che ha avvolto l’ambiente juventino ha paradossalmente avuto un effetto positivo. Un caos che di riflesso ha illuminato la figura di una pedina fondamentale dello scacchiere bianconero prima che fosse troppo tardi: Juan Guillermo Cuadrado.

juan cuadrado

Non è di certo un caso che, numeri alla mano, le partite nelle quali la squadra di Pirlo ha manifestato le più grandi difficoltà nel proporre gioco e portare a casa il risultato siano state quelle in cui si è dovuto fare a meno del colombiano. Ora la sua essenzialità è inequivocabilmente sotto gli occhi di tutti, ma per comprenderla a fondo è necessario analizzare l’evoluzione tattica di Cuadrado, che da esterno alto ha saputo adattarsi ad un ruolo forse simile a prima vista, ma radicalmente differente nella sostanza. Ha saputo arretrare il suo raggio d’azione senza far mancare il suo apporto in fase offensiva. Ha saputo imparare a difendere senza rinunciare alle sue pericolose serpentine sulla trequarti avversaria. In poche parole ha saputo dare equilibrio all’intera squadra.

L’esterno colombiano è approdato in quella che con ogni probabilità è stata la miglior Juventus dell’ultimo ciclo e nonostante la concorrenza è riuscito a ritagliarsi uno spazio da comprimario là davanti, sempre in silenzio e senza tanti proclami mediatici. La musica è cambiata con l’arrivo di Cristiano Ronaldo, estraneo a qualsiasi logica di turnover: i minuti giocati sono diminuiti drasticamente e Cuadrado ha dovuto trovare una soluzione. Una soluzione che ora pare ovvia ma che, dando uno sguardo più approfondito alla sua carriera, ovvia non era affatto.

Fin da quando appena diciannovenne è stato aggregato alla prima squadra dell’Independiente Medellìn, Juan Cuadrado è sempre stato impiegato come esterno alto, in modo da sfruttare il più possibile la sua rapidità e la sua imprevedibilità in zona goal. La sua gracilità fisica – prerogativa necessaria per chi punta tutto sull’agilità ma forte handicap sotto tanti altri punti di vista – non ha influenzato il giudizio degli scout sudamericani della famiglia Pozzo e in meno di un anno dall’approdo nel professionismo Cuadrado si ritrova catapultato in una realtà lontana anni luce da quella alla quale era abituato, in un calcio che fino a quel momento aveva visto solamente attraverso lo schermo della sua televisione a Necoclì, piccola cittadina che si affaccia sul Mar dei Caraibi, a pochi chilometri dal confine con Panama.

cuadrado muriel

Cafeteros in Salento

 

Ad Udine, però, fatica ad ingranare e trova poco spazio (21 presenze e 2 goal nell’arco di due stagioni), così nel 2011 viene girato in prestito secco al Lecce, dove condivide il reparto offensivo con il connazionale Luis Muriel. Lu sole, lu mare e lu ientu lo fanno sentire un po’ meno lontano da casa e in Salento trova quello spazio di cui aveva bisogno per emergere. Sprinta, dribbla, crossa e segna. Esulta danzando, muovendo i fianchi come quando affronta l’avversario. La Serie A si accorge finalmente della semplice allegria delle giocate di Cuadrado.

 

Nonostante il sostanzioso apporto dei due colombiani, a fine stagione il Lecce retrocede e Cuadrado rientra in Friuli. L’Udinese però, che nel frattempo sta attraversando la fase più alta della propria storia – paragonabile a quella dell’Atalanta degli ultimi anni – continua a non considerarlo pronto per un posto da titolare e lo rimanda in prestito. Questa volta alla porta dei Pozzo bussa la Fiorentina, che oltre al prestito riesce a strappare la possibilità di riscattare la metà del cartellino, grazie ad una delle ultime trattative chiuse durante l’epoca delle comproprietà.
A Firenze fa uno di quegli incontri che, se fatti al momento giusto, possono cambiarti la carriera. Cuadrado sembra fatto per Montella e Montella sembra fatto per Cuadrado. Il calcio propositivo del tecnico campano lo esalta e il 4-3-3 gli sembra cucito su misura. Il colombiano migliora partita dopo partita, iniziando ad attirare le attenzioni di grandi club che da oltre le Alpi sbirciano le sgroppate e gli strappi del #11 viola.

Quattrocentista ed assistman

 

In chiave offensiva diventa micidiale e straripante, praticamente imprescindibile. Il 2013 dovrebbe essere l’anno della svolta sia per il colombiano che per i Viola, e l’epica rimonta per 4-2 ai danni della Juve ne è il prologo perfetto. Gli ingaggi di Mario Gomez e Giuseppe Rossi accantonano temporaneamente l’ormai rodato 4-3-3 per un 3-5-2 “asimmetrico” nel quale per la prima volta in carriera Cuadrado si allontana leggermente dalla porta, anche se Montella lo esonera quasi totalmente da compiti difensivi. Le idee rivoluzionarie del tecnico naufragano praticamente subito, allo stesso modo in cui cedono le ginocchia dei due nuovi acquisti. La sfortuna della Fiorentina è paradossalmente la fortuna di Cuadrado. L’assenza delle due punte di diamante sposta i riflettori su di lui, responsabilizzandolo ancor di più. Lui non delude le aspettative e nel 2014 i Della Valle riscattano l’intero cartellino. Il salto in una big è ormai scritto e non tarda ad arrivare. Nell’inverno del 2015 saluta i viola dopo 26 goal in 106 partite e firma per il Chelsea, mentre Salah (e 30 milioni) fanno il percorso inverso.

L’impatto con il calcio inglese però non è dei migliori: Mourinho non lo vede e dopo dodici sole presenze e zero reti il colombiano si trova nuovamente sul mercato, nonostante nella sua breve esperienza inglese riesca comunque a mettere in bacheca una Premier League e una Coppa di Lega. Marotta fiuta l’affare e regala ad Allegri un nuovo esterno d’attacco, dando inizio alla seconda fase della carriera del colombiano.

Il 31 ottobre 2015 Juan Guillermo Cuadrado decide il derby contro il Toro mettendo a segno il goal vittoria al 93’. Da quel preciso istante entra nel cuore dei tifosi juventini, senza più uscirne. Con Allegri trova continuità, anche se iniziano ad intravedersi i primi segnali della futura metamorfosi. L’esterno colombiano segna decisamente meno e si nota una predisposizione al sacrificio in fase difensiva che fino a quel periodo sembrava sconosciuta.

A lezione dal Prof. Barzagli

 

Nel novembre 2017 il tecnico toscano lo prova per la prima volta come terzino in una partita di Champions contro lo Sporting. Chiunque abbia storto il naso scorrendo la line-up, è stato costretto a ricredersi a seguito dell’ottima “doppia-prestazione” di Cuadrado: attento e concentrato in difesa, propositivo e dirompente in attacco. Un fastidioso infortunio al ginocchio lo tiene ai box per circa quattro mesi a cavallo tra il 2018 e il 2019, condizionandone non poco la stagione, mentre l’anno successivo “l’ostacolo” si chiama Cristiano Ronaldo, al quale Cuadrado cede prima la #7 e poi il posto in campo. Il colombiano passa automaticamente in secondo piano, vestendo i panni di prima riserva sugli esterni d’attacco. Per fortuna – sua e nostra – Maurizio Sarri si accorge della sua importanza e rispolvera l’esperimento di Allegri, dandogli fiducia e continuità come esterno basso nella sua difesa a 4, riuscendo allo stesso tempo a trovare un ripiego alla partenza di Joao Cancelo. Inizia così la vera e propria la metamorfosi di Cuadrado. Una metamorfosi che lo porta in breve tempo a ricoprire un ruolo imprescindibile nell’undici bianconero, fino a vestire addirittura – seppur sporadicamente – la fascia da capitano.

Pirlo ha poi ereditato un giocatore completo, che sa difendere attentamente e attaccare con estrema pericolosità. Un giocatore che sa chiudere una diagonale profonda all’interno della sua area piccola e crossare dalla linea di fondo sul ribaltamento di fronte. Un giocatore del quale semplicemente non può fare a meno. La stagione della Juventus è stata – ed è tuttora – costantemente in equilibrio precario su di un filo sottilissimo e Cuadrado è stato l’asta che usano gli equilibristi, fondamentale per non rischiare di cadere nel vuoto.

Definire la carriera di Cuadrado dal punto di vista tattico è estremamente complesso. Un racconto del calciatore che è oggi non renderebbe giustizia a quello di inizio carriera e viceversa. È un attaccante che sa difendere e un difensore che sa attaccare, rendendo impossibile capire quale di queste due qualità gli riesca meglio. La verità è che occorre spezzare la sua carriera in due: da una parte Udine, Lecce, Firenze e Londra, dall’altra Torino. Il Cuadrado pre-Juventus è un dribblomane, una scheggia impazzita che scatta su e giù per la fascia per novanta minuti senza soluzione di continuità. È ossessionato dal dribbling e sembra provare piacere fisico e mentale nel superare l’avversario nell’uno contro uno, facendolo cadere nella trappola tesa dal movimento isterico delle sue gambe e dal ritmo ipnotico dei suoi doppi passi.

Specialità della casa: tocco d’esterno ed avversario al bar

 

Quando non punta il fondo per poi mettere al centro uno dei suoi velenosi cross tagliati, si accentra e prova il tiro dalla distanza. Non è un caso che la maggior parte dei goal che Cuadrado ha messo a segno durante l’intero arco della sua carriera siano veri e propri missili scagliati da fuori area, calciando col destro da destra, un movimento particolare che ha però spesso dato i suoi frutti, probabilmente anche perché inconsueto.

Il vero e proprio inizio della sua trasformazione è stato il passaggio – con Allegri – al 3-5-2, nel quale ha iniziato ad interpretare alla perfezione un ruolo che già aveva assaggiato a Firenze. La copertura garantita dal trio Barzagli-Bonucci-Chiellini gli ha comunque consentito di concentrarsi sulla fase propositiva, ma ammirando da vicino quello che è passato alla storia come un vero e proprio muro difensivo, ha potuto imparare tanto. Come detto, nonostante i grandi miglioramenti difensivi, Cuadrado non ha mai dimenticato il suo vecchio amore per la metà campo avversaria. Quando i pericoli non li crea palla al piede, lo fa comunque indirettamente, allargando le difese avversarie e favorendo l’inserimento dei centrocampisti.

Quando Cuadrado è in campo, sembra che la Juventus giochi con più di 11 giocatori: è terzino, ala ed esterno d’attacco contemporaneamente. È ovunque e non sembra mai essere stanco di correre, sprintare e ripiegare. L’esterno opposto bloccato gli dà più libertà in fase offensiva e non è un caso che la maggior parte delle azioni pericolose di stampo bianconero nasca dalla corsia di destra. Un altro problema dell’ultima Juventus – che a pensarci bene assomiglia beffardamente ad una sorta di legge del contrappasso – è che a Pirlo manca un Pirlo. Con la partenza di Pjanic, il tecnico bresciano si è ritrovato privo di un vero e proprio playmaker e ha dovuto trovare una soluzione in fretta e furia. E la soluzione, ancora una volta, ha un nome ed un volto ben preciso: Juan Cuadrado. Negli ultimi anni il calcio si è evoluto a velocità frenetiche ed il colombiano non è certamente il primo esempio di terzino-regista, ma le sue indiscutibili qualità tecniche e la sua straordinaria visione di gioco, hanno fatto sì che il baricentro della squadra si spostasse verso destra e sempre più spesso le azioni partono dai suoi piedi.

Uno dei 16 assist messi a referto – per ora – in questa stagione (whoscored.com)

 

Per descrivere la metamorfosi calcistica di Juan Guillermo Cuadrado si può addirittura citare Charles Darwin. Una delle tesi sostenute dal biologo britannico è quella dell’adattamento – meglio conosciuta come “principio della selezione naturale” – secondo la quale ogni essere vivente si adatta all’ambiente in cui vive con l’obiettivo di sopravvivere. In altre parole, la “legge del più forte” dice che chi si sa adattare sopravvive, chi non si sa adattare muore. Gli alberi si arrampicano verso l’alto cercando di raggiungere più luce possibile, mentre le giraffe hanno dovuto allungare il collo per riuscire ad arrivare alle foglie dai rami più alti, quelli inaccessibili alle altre specie. Juan Guillermo Cuadrado ha dovuto reinventarsi in un ruolo non suo, rendendolo una sorta di unicum grazie alle sue straordinarie capacità tecniche ed atletiche. Ha dovuto adattarsi ad un nuovo modo di interpretare il calcio per non rischiare di fare la fine di una sequoia troppo bassa o di una giraffa con il collo troppo corto. E ci è decisamente riuscito.