Non ignorate più Eduardo Dominguez

Eduardo Dominguez è diventato allenatore due giorni dopo l’ultima partita da calciatore, ad agosto 2015. Aveva 36 anni, la dirigenza dell’Huracán aveva appena esonerato Néstor Apuzzo e dopo alcune difficoltà a trovare un sostituto ha dato l’incarico al calciatore più esperto della rosa. Dominguez aveva giocato un’intera carriera da difensore centrale, e avrebbe potuto continuare con il doppio ruolo di giocatore-allenatore se lo desiderava. Lui però decise di ritirarsi e di concentrarsi esclusivamente sul nuovo compito. Aveva l’aspetto maturo e sobrio di oggi: vestito sempre di nero, guance scavate, la barba a punta portata con l’eleganza di Christian Bale. Sei anni più tardi, il 4 giugno 2021, Dominguez ha vinto il primo titolo argentino della sua carriera da tecnico, guidando il Colón alla finale della Coppa della Liga 2021 e battendo il Racing per 3-0.

Un solo titolo non è molto, ma sono trascorsi sei anni in cui Dominguez è diventato uno degli allenatori argentini più interessanti e aggiornati. Viene da chiedersi, semmai, come è possibile che nessuna squadra argentina di fascia medio-alta gli abbia ancora offerto un’opportunità. Dominguez finora è subentrato due volte su tre a campionato iniziato, e sempre in situazioni di classifica difficili. Ha ottenuto grandi risultati con pochissime risorse, eppure nessuna squadra con ambizioni grandi ha puntato su di lui. Nemmeno in una Argentina in cui i grandi club (escluso il River) hanno assunto allenatori compulsivamente e senza criterio nelle ultime stagioni, e dove la nazionale è affidata da tre anni a un commissario tecnico senza esperienza che era stato assunto temporaneamente.

Dominguez ha lavorato bene fin dagli esordi. È rimasto imbattuto per le prime dieci partite da tecnico, e chiuso il campionato 2015 con i punti necessari a evitare la retrocessione. Nel frattempo ha portato l’Huracán alla prima finale internazionale della sua storia: nella Coppa Sudamericana 2015 ha sommato 5 vittorie e altrettanti pareggi, ma nonostante l’imbattibilità ha perso la coppa ai rigori, dopo un doppio 0-0 nella finale contro i colombiani dell’Independiente Santa Fe. Nel 2016, dopo diversi contrasti con il presidente, si è dimesso dall’Huracán. Nel 2017 è andato al Colón dove ha condotto due stagioni tranquille, sempre nella parte sinistra della classifica e qualificandosi sempre alla Coppa Sudamericana. Dominguez fin dai primissimi esordi ha dato alle sue squadre un gioco godibile ed efficace, contraddistinto da un atteggiamento molto aggressivo senza il pallone e da un gioco di posizione rudimentale ma ben applicato con i movimenti coordinati in ampiezza e in profondità dei giocatori offensivi.

A fine 2018 si è dimesso dal Colón e per un po’ è stato accostato alla panchina del Boca. Secondo i giornali, il fatto di essere il genero di Carlos Bianchi – il tecnico più vincente della storia del Boca – poteva aiutare Dominguez ad ottenere il lavoro. Il Boca alla fine ha ingaggiato Alfaro mentre Eduardo Dominguez, negli stessi giorni, è andato al Nacional di Montevideo. Il Clarín all’epoca ha scritto che nonostante i buoni risultati ottenuti in carriera, Dominguez «non ha abbastanza pergamene per un salto al Boca». Il suo primo titolo in effetti arriverà poco dopo: la Supercoppa uruguaiana vinta ai rigori contro il Peñarol. L’esperienza in Uruguay però durerà solo otto partite. A marzo 2020 Dominguez torna sui suoi passi: di nuovo alla guida del Colón, di nuovo a cercare di sommare punti nei promedios con il club virtualmente retrocesso, dopo il penultimo posto dell’anno precedente.

Il secondo ciclo a Santa Fe è stato ancora migliore del primo ed è culminato, come accennato, con la vittoria di pochi giorni fa. Nel complesso dei due tornei disputati, la Coppa della Liga 2020 e 2021, il Colón ha vinto 14 partite, pareggiate 7 e perse 6. Nell’ultimo ha dominato il suo girone restando in testa dalla prima all’ultima giornata, e poi giocato una fase finale in cui è stata nettamente la squadra più organizzata (inclusa la finale in cui il Racing non è mai riuscito a tirare in porta). Il successo ha riportato un po’ di ossigeno alla media punti della squadra, oltre a garantire al Colón un posto sicuro nella Libertadores 2022.

Eppure c’è la sensazione che Eduardo Dominguez sia stato un po’ sottovalutato, che meritasse già da tempo una chance migliore. In una recente intervista al Clarín, una delle pochissime rilasciate dal tecnico, è emerso tutto il suo carattere prudente e orientato alla progettualità. «La prima volta che ci qualificammo alla Sudamericana incontrai il presidente e mi disse: “adesso dobbiamo puntare alla Libertadores”. No, quello che bisogna fare è entrare di nuovo nella Sudamericana. Nella prima si apprende e nella seconda si compete» ha raccontato Dominguez. «Bisogna confermarsi e non lasciarsi ossessionare, perché in un battito di ciglia può svanire tutto». Dominguez è noto come un allenatore dal «profilo basso». Nell’intervista al Clarín ha ricordato di non aver avuto un agente per gran parte della carriera da calciatore, e nemmeno quando allenava l’Huracán. Ha detto anche di tollerare poco la schizofrenia del mercato degli allenatori e la disorganizzazione del calcio argentino, così lontani dal suo modo di pensare sul lungo periodo e di lavorare secondo un progetto. «Guarda il San Lorenzo per esempio: c’era Biaggio e chiamarono Almirón: un’altra idea di gioco. Dopo chiamarono Pizzi, un’altra idea di gioco. Poi chiamarono Soso, un’altra idea di gioco. Ora c’è Dabove, un’altra idea di gioco. Vanno costantemente da un estremo all’altro, dov’è la coerenza?».

Rispetto a questa tendenza che insegue il risultato a ogni costo e genera squadre senza identità – tendenza alimentata pure da molti tecnici – Eduardo Dominguez è invece un allenatore che potremmo definire con uno stile definito e riconoscibile. Non si tratta tuttavia di un visionario, o di un seguace di una scuola calcistica in particolare. I suoi principi di gioco sono pochi e semplici, e se da un lato le sue squadre sembrano eseguire movimenti a volte meccanici, è pure vero che i giocatori in ogni momento sembrano avere le idee chiare su cosa fare. Il pattern più evidente nel sistema di Dominguez è l’utilizzo delle fasce per guadagnare terreno. L’intento principale è di creare situazioni di superiorità numerica attraendo con il proprio terzino quello avversario, e di attaccare poi lo spazio creato alle sue spalle con la mezzala che si inserisce.

Eduardo Dominguez

Per Dominguez non è importante il modulo quanto i princìpi di gioco, i quali vengono poi applicati indipendentemente dall’abito tattico. All’Huracán il modulo base era il 4-2-3-1, al Colón ha utilizzato più spesso il 3-5-2 e qualche volta il 4-3-3. I movimenti però sono gli stessi. Questa qui sotto è un’immagine dell’Huracán del 2015. Nel 4-2-3-1 i terzini non si sganciavano troppo e pure i mediani erano più bloccati: l’ampiezza era presa quindi dalle ali che tenevano larga la difesa, mentre spettava alla punta (Abila) o al trequartista (Montenegro) tagliare alle spalle del terzino avversario e schiacciare indietro la difesa.

Eduardo Dominguez

Il fatto che alcuni meccanismi attuali del Colón siano gli stessi usati con l’Huracán agli esordi, è il segno che Dominguez ha sviluppato una consapevolezza tattica di alto livello già nei primi mesi da allenatore, nonostante il passaggio dal campo alla panchina sia stato brusco e senza “apprendistato”. Quello di Dominguez è un gioco di posizione ma poco ortodosso, che utilizza alcuni principi fondamentali come la superiorità numerica e posizionale in determinate zone di campo. I movimenti continui dei giocatori offensivi permettono di attaccare insieme ampiezza e profondità, generando nell’avversario dubbi su come difendersi e creando spazi da sfruttare. Nell’azione qui sotto ad esempio, risalente ancora all’Huracán 2015, il terzino sinistro non ha né l’opzione dell’ala vicina (Toranzo) né della profondità sulla punta. A quel punto però è il trequartista, Montenegro, a muoversi in orizzontale dietro il centrocampo avversario e ricevere tutto solo.

Un altro strumento molto utilizzato dal Colón è il cambio di campo dal braccetto della difesa a tre verso la fascia opposta. Anche in questo caso il posizionamento strategico dei giocatori genera dubbi negli avversari: se la difesa è tenuta larga dai fluidificanti, il cambio di gioco è diretto verso la mezzala che si inserisce nel mezzo-spazio; se invece si mantiene stretta per attutire quest’inserimento, c’è sicuramente il fluidificante libero in posizione molto larga. Il possesso palla comunque non è una priorità per Dominguez. L’azione viene costruita prevalentemente in modo diretto, e in genere pure il portiere rinvia lungo quando deve battere dal fondo.

Dominguez ha detto di essere stato influenzato da molti tecnici che lo hanno allenato. Tra questi c’è Bielsa, sotto cui ha giocato nel Vélez quando aveva vent’anni, e di cui ha detto «ho avuto la sfortuna di averlo quando ero troppo ragazzino e non capivo niente». Come le squadre di Bielsa, anche quelle di Dominguez sono molto aggressive senza il pallone: applicano il pressing fin sulla prima uscita avversaria, ma anche il gegenpressing una volta perso il possesso. Sono squadre visibilmente molto combattive sulle seconde palle.

Anche prima del titolo con il Colón, per quanto fatto vedere in sei anni, Eduardo Dominguez rientrava già nella nidiata di giovani tecnici argentini interessanti che sta emergendo negli ultimi anni. Tutti con uno stile moderno e definito, tutti in qualche modo cresciuti nel solco di Bielsa. Questo successo tuttavia è la “pergamena” che gli mancava per ambire a una grande panchina. Non sappiamo cosa farà, ma la certezza è che pure passando a un livello più alto Eduardo Dominguez non cambierebbe mai la sua indole razionale né la fedeltà ai suoi principi di gioco. «Perché dovrei cambiare? Sto percorrendo un tragitto che mi piace percorrere in questo modo», ha detto recentemente riguardo alla sua crescita come tecnico. «Se una grande squadra mi chiama domani, mi chiameranno perché ho agito in questa determinata forma.»