Nicolás De La Cruz non è un fantasista classico

Prima di parlare di Nicolás De La Cruz, e di come il suo talento da numero 10 si distingue dall’archetipo dell’Enganche Sudamericano, credo sia utile guardare un attimo allo stile del suo allenatore al River Plate, Marcelo Gallardo.

Prima di diventare allenatore, Gallardo stesso è stato un crepuscolare “Diez” argentino di fine anni ’90. Un raffinato regista offensivo che dettava i ritmi del gioco ed esigeva la palla sui piedi, artista della “pausa” e dei dribbling difensivi. Passando dal campo alla panchina è diventato però un tecnico con un’idea di calcio molto diversa: più collettiva, fluida, molto più intensa. Ha unito le idee di Bielsa e di Guardiola e basato tutto il gioco del River sulla velocità e la riconquista feroce delle seconde palle attraverso il gegenpressing. Il suo sistema, in estrema sintesi, non prevede più quel tipo di Dieci o altri ruoli specialistici, ma poggia sulla convinzione che la fluidità è strategicamente più importante e che tutti i giocatori devono contribuire alle varie fasi di gioco.

Sotto questo calcio ipercinetico a sua volta Nicolás De la Cruz (uruguaiano, 24 anni compiuti a giugno) ha realizzato la sua di metamorfosi. Arrivato al River nel 2017 come un talentuoso trequartista creativo, col tempo ha rimodellato il suo stile di gioco portandolo a un nuovo livello di complessità. Tanto per cominciare Gallardo ne ha abbassato il raggio d’azione, schierandolo prevalentemente esterno del 4-1-3-2 e, più recentemente, mezzala di un centrocampo a tre. De la Cruz è versatile e tecnico, un centrocampista capace di fare molte cose e a un ritmo molto alto. Nel sistema verticale del River è diventato un rifinitore elettrico, un fantasista che porta palla a tutto gas e dà il meglio di sé nei ritmi alti e negli spazi lunghi. Con una capacità unica di conciliare le sue abilità creative – il tocco sensibile, le letture intelligenti, il passaggio filtrante sempre pronto – con le esigenze strutturali della squadra: gli attacchi diretti, il dinamismo, l’intensità estrema, con o senza palla.

Difendere meno, difendere tutti

Ovviamente ci ha messo del tempo per ambientarsi. Solo durante il 2019 De la Cruz si è guadagnato un posto sicuro. L’anno era iniziato con Juanfer Quintero titolare nel ruolo di rifinitore, ma De la Cruz ha preso il suo posto aggiungendo ai compiti creativi un’intensità e un’applicazione nel pressing sorprendenti. Un’applicazione che Quintero, a proposito di Dieci classico, di certo non poteva garantire.

Un esempio pratico: verso la fine del 2019, alla vigilia della finale di Libertadores tra River e Flamengo, i media sudamericani rilanciavano stupiti questa statistica: De la Cruz era il giocatore delle due squadre con più contrasti effettuati nella Coppa. Dopo la finale i suoi contrasti sarebbero arrivati a 3.4 ogni 90’, di cui il 66% vinti, numeri che se non sono altissimi in assoluto restano comunque notevoli per un trequartista di 167 cm x 70 kg.

Gran parte del merito è del contesto. Il River è una tra le squadre col pressing più alto ed efficace del continente, quindi richiede ai giocatori offensivi un grande impegno per stroncare le manovre avversarie sul nascere. In questo sistema De la Cruz è un pesce nell’acqua: è sempre disponibile nel lavoro difensivo, sempre aggressivo e intenso sia nel pressare in avanti sia nell’inseguire gli avversari all’indietro su grandi distanze, come in questo recupero contro il Boca nella Libertadores 2019. All’epoca il River schierava un 4-1-3-2 e con quel modulo il pressing di De la Cruz ha raggiunto non a caso l’apice dell’efficacia. Il motivo è semplice: il rombo di centrocampo addensava il centro e in transizione negativa diventava una gabbia che asfissiava il portatore avversario, come nel fotogramma qui sotto.

de la cruz
Quando De la Cruz gli sfila il pallone, l’avversario è circondato da 5 giocatori del River: i 4 centrocampisti indicati col pallino rosso e un difensore centrale, che ha aggredito in avanti, col pallino bianco.

Un po’ romanticamente potremmo dire che questa mescolanza tra intensità e qualità De la Cruz l’abbia derivata dal corredo genetico familiare. De la Cruz è infatti fratello minore di Carlos Sánchez, centrocampista di talento e corsa passato anche lui dal River di Gallardo (dal 2014 al 2016, periodo in cui è diventato pure Pallone d’Oro Sudamericano, nel 2015). I due condividono la madre biologica e per questo non il cognome.

Educazione montevideana

Come Carlos (più grande di tredici anni) anche Nico è sbocciato nelle giovanili del Liverpool di Montevideo, dove ha esordito tra i professionisti a diciotto anni nel 2015. Giocava generalmente trequartista di destra, con l’istruzione di accentrarsi dietro le punte – di enganchar, come si dice – per dirigere e ordinare il gioco nel mezzo. «Tocca, smista e conclude» dice la pagella della sua seconda partita da professionista.

Fin da ragazzino De la Cruz si è distinto principalmente per una visione di gioco superiore alla media. Nel primo club giovanile, il Club Cohami, giocava da cinco davanti alla difesa nonostante il fisico minuto: «Il tecnico diceva che stavo sempre una giocata avanti agli altri, che sapevo leggere il gioco», ha detto Nico. Sua madre, Nelly Arcosa, madre di altri 8 figli oltre a Carlos e Nicolás, ha raccontato qualcosa simile: «Nico organizzava sempre tutto e tutti in campo, sembrava il tecnico. Sugli spalti c’erano genitori che si incazzavano perché dava ordini ai loro figli, ma la verità è che lui aveva grande visione di gioco».

Se è vero che nessuno conosce i figli meglio delle proprie madri, allora nessuno meglio di Nelly è in grado di individuare le differenze tra i due fratelli: «Carlos lo chiamano “l’uomo dai quattro polmoni” perché ha grande corsa e resistenza, ma non fa tanti gol. Invece Nicolás segna e distribuisce. Entrambi possono metterti un cross sulla testa, ma Nico è più completo: tiene la palla, la difende, la distribuisce ai compagni. Da piccolo faceva sempre gli assist e io gli dicevo: “Ogni tanto fallo tu il gol! Fai sempre tutto il lavoro col pallone per poi passarlo?”».

Curiosamente, il primo gol da professionista di De la Cruz sembra una piccola “vendetta” della madre in questo senso. Nico l’ha segnato non tirando volontariamente in porta, ma crossando morbidamente un pallone su cui però non è arrivato nessuno, neanche il portiere.

Nel 2017 De la Cruz è già a un livello troppo grande per il campionato uruguaiano. A luglio sembra sul punto di firmare con una squadra europea (si parla anche di Milan e Inter). Poi non se ne fa più nulla e il River Plate rileva il cartellino per 3 milioni di dollari. Quell’anno De la Cruz si era messo in mostra soprattutto con l’Under20 dell’Uruguay. A febbraio aveva partecipato alla vittoria del Sudamericano Sub-20 organizzato in Ecuador, poi aveva fatto parte della spedizione al Mondiale in Corea dove la Celeste aveva perso ai rigori contro l’Italia di Evani piazzandosi quarta.

L’Uruguay era un gruppo con molti giocatori di talento, alcuni già arrivati al calcio europeo come Bentancur, Fede Valverde, Schiappacasse. Ciononostante De la Cruz era il capitano e il riferimento creativo, ruolo che già allora svolgeva secondo un’interpretazione anti-classica: non si sforzava per farsi dare la palla continuamente, per essere il fulcro di ogni costruzione offensiva. Toccava pochi palloni e provava a mandare i compagni in profondità appena possibile, con uno stile sobrio che privilegiava la rapidità e l’efficacia.


Da notare, tra l’intercetto e il lancio, una “pausa” da giocatore che con la palla ha un rapporto intimo: prima una finta di sinistro, poi due carezze con la suola destra per aprirsi lo spazio per il passaggio

Vado al massimo

Al River De la Cruz ha trovato un contesto di transizione permanente: nelle idee di Gallardo le fasi di possesso e non possesso si confondono, e una volta recuperata palla occorre produrre un tiro il più velocemente possibile. L’uruguaiano ha incanalato quindi la sua tendenza alla rapidità in un sistema che di intensità si nutre. È diventato un playmaker iper-dinamico, che non si esalta nell’ordinare il gioco rallentando il ritmo – come ci si aspetterebbe da un enganche classico – ma al contrario accelerandolo e portando entropia.

Se ha campo davanti tende a partire palla al piede a grande velocità, aiutato dalle gambe corte che possono cambiare frequenza improvvisamente, e nonostante il fisico leggero è molto resistente e tignoso quando viene contrastato. Nella stagione 2019/20 (ovvero l’ultimo torneo argentino lungo giocato finora) gli hanno tolto palla regolarmente solo 0.8 volte ogni 90 minuti (il miglior valore tra i giocatori offensivi del River) mentre è stato uno dei giocatori del campionato a subire più falli, 2.9 p90.

De la Cruz, comunque, è innanzitutto un calciatore creativo, anche nelle iniziative più elettriche il suo cervello resta settato sulla ricerca dell’ultimo passaggio. La progressione palla al piede, in questo senso, sembra una quota di caos necessaria ad aprirsi gli spazi. È un giocatore dalla duplice natura, tanto cerebrale quanto impulsivo, capace cioè di leggere finemente gli spazi quanto di rovesciare l’azione con uno strappo di pura agilità. Nel rifinire ha un particolare gusto per i filtranti, ma gli piace anche mettere palle morbide dietro la difesa oppure crossare (tira punizioni e corner) indifferentemente con un piede o con l’altro, essendo di fatto ambidestro.


Qual è il percorso più breve tra un intercetto difensivo e la porta avversaria? Una progressione di De la Cruz

La capacità di servire i tagli profondi dei compagni è la qualità più evidente di De la Cruz, che lo scorso anno ha servito 2.3 passaggi chiave ogni 90 minuti, uno dei risultati migliori del campionato. L’altra faccia della sua creatività frenetica si manifesta però in due statistiche precise. La prima è la quantità di palloni persi, ben 20.4 per 90’ nell’ultimo campionato, ovvero uno ogni 3.5 palle toccate. L’altra è la percentuale di conversione dei passaggi, ferma al 76.6%.

Due statistiche decisamente inappropriate a un giocatore che di fatto è un numero 10, classico o no. Anche in questo caso le responsabilità maggiori ce le ha il sistema del River, che per tenere alto il ritmo degli attacchi produce giocate così dirette e rischiose che sembrano a volte casuali. Ma è altrettanto vero che De la Cruz sembra a volte disconnettersi dalla partita, sbagliare letture e commettere errori tecnici evitabili.

De la Cruz non è un talento ordinato, o calmo. Anche guardandolo, col corpo piccolo e la pelle olivastra, la testa rasata perfettamente sferica, l’impressione è quella di un giocatore fatto d’argento vivo, scivoloso come una saponetta. C’è sempre qualcosa in movimento in lui, e la coordinazione del suo corpo è totale. Come pure la fluidità con cui passa dal destro al sinistro senza che il tocco risulti meno dolce o meno sensibile.

Quando parte in conduzione, ad esempio, usa entrambi i piedi per toccare frequentemente la sfera e aggiustare il ritmo e la direzione della corsa, con dei passettini che sembrano quasi sulle punte. Un ambidestrismo perfetto che gli permette quindi di tagliare i tempi delle giocate, rendendo il suo stile ancora più veloce e imprevedibile.


Due tocchi dolcissimi e perfetti, come solo alcuni bambini grandi quanto il pallone

Forse è anche per il fisico davvero minuto, apparentemente inadeguato al calcio contemporaneo, che De la Cruz ha dovuto imparare a contrarre i tempi e anticipare gli avversari. Qui sopra, ad esempio, chiama il pallone trovandosi spalle alla porta, lo controlla di piatto destro e nello stesso movimento, girandosi in un battito di ciglia, prende in controtempo il difensore servendo il passaggio con l’altro piede. Oppure guardate quest’altra giocata contro l’Italia al Mondiale U20, un tocco volante paradigmatico del suo modo di pensare le giocate ancora prima di ricevere.

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La diversa velocità nel muovere palla è forse il principale grado di separazione tra De la Cruz e la scuola classica dei “dieci” sudamericani: diversamente dai predecessori l’uruguaiano è un fantasista che non ferma mai il pallone. L’unica velocità che conosce è quella massima, il suo obiettivo quello di raggiungere la porta in fretta. La tensione verticale è evidente in ogni aspetto del suo stare in campo, a partire dal rapporto con la sfera stessa: De la Cruz, intendo dire, non sembra assaporare ogni singolo momento in cui ha la palla; ha qualità tecniche indiscutibili, ma agisce a un ritmo così frenetico che i diversi fondamentali finiscono spesso per mescolarsi l’uno nell’altro. Così il suo controllo diventa orientato e si diluisce nella corsa; oppure diventa persino dribbling.

Il dribbling “al buio”

Negli highlights di De la Cruz c’è una giocata che ritorna più spesso delle altre. Un trick che come tutti gli istinti veramente innati compare prestissimo, già nel suo secondo gol da professionista segnato in un Liverpool-Nacional del 2016:

De La Cruz è il più avanzato dei suoi e va incontro a una spazzata sporca della difesa; quando arriva sulla sfera è nella propria trequarti, spalle alla porta e con due avversari dietro. Invece di stoppare il pallone, però, elude il primo uomo – quasi intuendo spazio e movimenti dietro di sé – solo toccando la sfera col piatto destro, girandosi con un unico movimento fluido per partire in velocità. In una frazione di secondo e col solo controllo orientato, De la Cruz ha mandato fuori tempo il marcatore e trasformato una situazione claustrofobica in una prateria dove correre elettrico e agile. Quando un secondo uomo riesce a recuperarlo, lui se ne libera con una giravolta e prosegue la corsa, poi allarga per un compagno e si butta in area a chiudere il triangolo.

Oggi questo tipo di numero, ovvero il dribbling col primo controllo sull’uomo vicino, spesso alle spalle, può considerarsi la giocata più rappresentativa di De la Cruz, del suo stile sempre sfuggente e iperattivo. Non si tratta però di una signature move immutabile, un brevetto su cui apporre il copyright. De la Cruz dribbla spesso “all’indietro”, ma in forme sempre diverse: di tacco; in tunnel; toccando il pallone con l’esterno del piede; oppure quasi non toccandolo affatto, sgusciando col solo movimento del corpo.

È significativo che dribbli soprattutto lontano dalla porta, in situazioni dove la sua agilità è un trigger per risalire velocemente il campo. Al contrario, fa più fatica a saltare l’uomo quando i ritmi si abbassano e la squadra attacca in un campo corto. Frangenti in cui si normalizza tutta la sua influenza sulla partita e tende a far circolare il pallone prendendosi poche responsabilità.

La distanza di De la Cruz dall’archetipo del 10 sudamericano si compone di grandi e piccole differenze, tuttavia è nel modo di dribblare che queste differenze vengono davvero al pettine. Sintetizzando al massimo potremmo dire che se il dribbling – e la palla in generale – per Aimar, Recoba, Gallardo era ancora un fine, per Nicolás De la Cruz è solo un mezzo. Due stili diversi che fanno pensare non solo a due generazioni di trequartisti lontane, ma quasi a due sport differenti.

De la Cruz non ha un’attrazione feticistica per la sfera, e nemmeno punta l’uomo apertamente con picardía. Quando riceve con l’uomo vicino non sente il bisogno di possedere il pallone tutto per sé, di pettinarlo con la suola come Riquelme. Non invita l’avversario come D’Alessandro prima della Boba, un dribbling che era un duello cavalleresco tra gauchos. De la Cruz non avverte, cioè, che sta per accelerare: semplicemente sguscia via imprevedibile. Talvolta senza quasi toccare la palla: è capace di mandare l’avversario fuori tempo anche solo fintando col corpo, che muove e coordina con una fluidità da ballerino. Il fatto di poter toccare indifferentemente di destro o sinistro (non a caso nel suo repertorio c’è più di una croqueta) rende poi le sue intenzioni estremamente illeggibili.

Più che dribblare con la tecnica, De la Cruz scivola via come la biglia del flipper quando decide di passare in mezzo alle alette, senza che tu possa farci niente. È il giocatore tecnico 2.0, attratto più dalla dimensione immateriale dello spazio che da quella tattile della palla, del puro piacere del tocco. Mille piccole sfumature che fanno di lui un trequartista diverso rispetto al paradigma classico. Un trequartista forse più europeo che sudamericano.

Numero 8, l’incursore

Non essendo morbosamente attratto dal pallone, De la Cruz ha via via affinato un’abilità nell’inserimento che gli permette, partendo dalla mezzala, di attaccare la profondità e arrivare spesso alla conclusione. Nel 2019-20 è stato tra i primi cinque centrocampisti del campionato argentino per tiri effettuati in totale (2.8 p90) e da dentro l’area (1.5 p90) e ha maturato un ottimo score di 0.27 expected goals per 90 minuti. Il suo tiro però è un’arma anche da fuori, grazie a un calcio molto tagliato e potente pure senza rincorsa.

Per la maggior parte del suo tempo al River, De la Cruz è stato impiegato largo sul lato debole, dove la sua elettricità è stata un innesco per le combinazioni veloci con cui il River ama entrare in area. Partendo in isolamento ha segnato uno dei gol più belli del ciclo Gallardo, questo qua sotto. Un’azione che racconta molto di lui e del suo talento mai davvero autosufficiente, anche a un livello puramente estetico: i gesti di De la Cruz, pure i più eleganti e armonici, raramente hanno un valore artistico proprio, ma appartengono sempre alla bellezza più grande del sistema.


Però che controllo…

Per avere un’idea della molteplicità del suo talento, basti pensare che a tutto il 2019 – il suo annus mirabilis – oltre a uno dei maggiori rubapalloni del River è stato anche il giocatore con più occasioni create, falli subiti, dribbling riusciti e duelli individuali vinti. La sua universalità è stata sintetizzata nell’appellativo “De la Cruyff” che i tifosi gli hanno dedicato. Un riconoscimento alla sua doppia natura di giocatore di sistema e leader tecnico.

De la Cruz è un giocatore impossibile da valutare separatamente dal contesto tattico del River, di conseguenza è difficile prevedere il suo rendimento altrove. Soprattutto se dovesse trasferirsi in Europa, dove il suo fisico piccolo e leggero potrebbe rappresentare un problema. Ad ogni modo l’apprendistato sotto Gallardo lo ha già educato a un calcio molto dinamico e intenso. Forse non è un caso che le prime società interessate al suo acquisto, secondo i media, siano state Manchester City e Borussia Dortmund, squadre di due campionati frenetici dove un talento come il suo potrebbe trovarsi a proprio agio.

L’impressione, comunque, è che a 24 anni già compiuti De la Cruz sia leggermente in ritardo per il “grande salto” verso l’Europa. Non necessariamente però è qualcosa di negativo. Vederlo giocare in Sudamerica è un’esperienza appagante, che in più fa riflettere sui molti bias che in genere accompagnano la narrazione del calcio sudamericano. A cominciare dalla tendenza a raccontarlo attraverso l’unica lente della romanticizzazione, dell’idealizzazione. Uno schema mentale secondo cui tutti gli uruguaiani hanno la Garra Charrúa e i fantasisti una certa anarchia tattica.

I giocatori come De la Cruz, così diversi rispetto a quelli del passato, ricoprono invece un ruolo fondamentale nel fugare gli stereotipi, nel ristabilire un concetto di contemporaneità. Come fosse una madeleine al contrario, il loro stile moderno riporta lo zoom sul presente, rende più evidente ai nostri occhi che il tempo passa e le cose si trasformano, nel bene e nel male, anche in Sud America.

 

articolo a cura di Damiano Primativo