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Erano passati diciotto anni dalla strage di Glasgow. Allora fu l’Ibrox, già settant’anni prima crudele palcoscenico di una tragedia simile, a trasformarsi in una tomba per sessantacinque persone. Quasi quattro anni, invece, erano trascorsi dalle fiamme di Bradford: allora furono cinquantasei gli spettatori che trovarono la morte al Valley Parade.

Il legno delle tribune, quell’11 maggio del 1985, arse in pochi minuti, costringendo i tifosi a rifugiarsi in campo, nelle case vicine, via da quell’inferno. Gli estintori, visto che il destino è sempre beffardo, non c’erano: si volevano evitare atti di vandalismo da parte degli hooligans.

Diciotto giorni dopo invece il mondo, in diretta televisiva, avrebbe assistito a un qualcosa di drammatico, assurdo e informe, che avrebbe lasciato un solco profondo nel calcio, nella sua cultura, nel tifo. Successe in Belgio, certo, nello stadio della capitale, l’Heysel.

Ma furono comunque inglesi quei tifosi che, con la loro carica folle e demente, fecero afflosciare il Settore Z come fosse una maglietta stinta. Vi persero la vita in trentanove, per la stragrande maggioranza italiani, diligentemente elencati in una fredda lapide, all’impianto belga.

tragedia heysel

Una delle immagini più note della notte dell’Heysel

1971, 1985, di nuovo 1985: oltremanica già conoscevano l’amara ironia del destino, capace, con il solo labile aiuto umano, di uccidere, con macerie, folle invasate, impaurite («Assassini, assassini, ci stanno uccidendo tutti!» avrebbero urlato gli juventini insanguinati negli spogliatoi bianconeri dove avevano trovato riparo), manganelli, fumo e polvere.

Ma tant’è. Il 15 aprile 1989 si giocava a Sheffield. Città dura, ruvida, patria del ferro e dell’acciaio, città industriale per vocazione ma universitaria per tradizione, bagnata dal fiume che le dà il nome: lo Sheaf. Terra comunque di buona musica (Joe Cocker, Def Leppard e Human League, per citarne alcuni), di cinema (Full Monty) e, ovviamente, di calcio. Non a caso è la terra natale del più vecchio club calcistico del mondo ancora in attività, lo Sheffield F.C, fondato nel 1857, oggi in Terza Divisione.

Il glorioso Hillsborough Stadium ospitava quel giorno la semifinale di FA Cup. Impianto importante, storico, nei suoi novant’anni di vita aveva ospitato un numero indefinibile di persone, settantaduemila in una sola partita, nel 1934, per dire. Alle 15:00 sarebbe iniziata Liverpool-Nottingham Forest, su quel campo neutro di lusso e di pregevole schiatta. Mezz’ora prima i settori stavano ancora riempiendosi, soprattutto la Leppings Lane, destinata ai Reds, accorsi in migliaia – troppi si dirà poi – per quell’evento. A differenza che nel nostro Paese, la coppa nazionale godeva, e gode tuttora, di un certo prestigio nel Regno Unito, soprattutto in quegli anni bui, d’isolazionismo calcistico.

Le squadre inglesi, escluse dalle coppe europee, pagavano infatti lo scotto dei morti dell’Heysel di cui sopra: la FA Cup rappresentava un traguardo imprescindibile per chi volesse arricchire in qualche modo la propria bacheca. I sei ingressi della Leppings faticavano però ad accogliere i tifosi e il settore: il West Stand tardava ad affollarsi, tanto che mezz’ora prima del fischio d’inizio il settore era ancora praticamente vuoto. Di contro l’opposta e ben più ampia Spion Kop, riservata ai sostenitori dei Tricky Trees, era già piena, grazie ai suoi sessanta ingressi.

Alle 14:45 la massa, come da copione, premeva impietosa, e i locali bobbies ebbero un’idea tanto generosa quanto letale: aprirono il Gate C, un enorme e pesante, pesantissimo cancello d’acciaio che conduceva alla parte centrale della curva, in grado di accogliere appena duemila persone.

L’arbitro aveva praticamente già la mano sul fischietto: il West Stand iniziò a riempirsi inesorabilmente, a impregnarsi quasi, senza remore, freni, sosta o logica. La massa, stolida per definizione, continuando a premere occupò ogni angolo possibile, ogni pertugio, ogni metro quadro. Nessuno parve preoccuparsene, tranne gli sfortunati protagonisti. Gli esseri umani dentro quell’imbuto mortale, dietro la spinta costante della massa all’esterno del Gate, iniziarono a comprimersi, accasciarsi, schiacciarsi alle recinzioni del settore, alle inferriate, alle umide pareti del tunnel.

“There are people in tears here. There was no violence from the Liverpool fans.” (Des Lynam, giornalista BBC, in diretta da Hillsborough).

Il match iniziò comunque: nessuno, in campo e negli altri settori, si era reso conto di ciò che stava accadendo. Sei minuti di ignoranza abissale causarono probabilmente altre vittime: tanto durò il gioco, prima che l’arbitro lo fermasse su invito di un ufficiale di polizia, che lamentava l’invasione di campo da parte dei tifosi del Liverpool. E non per i morti del Gate C, soffocati, pressati, calpestati, no. Per la nutrita invasione di campo. Le recinzioni che dividevano gli spalti dal campo, ossequiose verso le nuove norme anti-hooligans, avevano infatti ben resistito alla spinta dei tifosi, ai quali altro non restava, per salvarsi da una morte ridicola, che scavalcarle.

I tifosi dei Reds tentano di salvarsi dal massacro scavalcando le recinzioni

Il dramma si tramutò così in macabra farsa: coloro che saltavano oltre le inferriate per sfuggire al rullo compressore della folla della Leppings, venivano accolti dalle cariche della polizia sul campo di gioco, che tentava di impedirne la dispersione. Dietro la calca, davanti i manganelli che occludevano ogni di via di fuga. Per i tifosi dei Reds la situazione era pressoché disperata.

Un tardivo barlume di lucidità permise alle forze dell’ordine di accorgersi di ciò che stava accadendo, aprire i cancelli verso il rettangolo di gioco e prestare i primi soccorsi. La folla, fino a quel momento solida e tristemente armonica, si frammentò, abbandonando il settore, sostituita da una distesa di cadaveri. La conta finale fu impietosa: furono novantasei le vittime, duecento i feriti.

Peter Taylor, incaricato dalla Camera dei Lord di guidare la commissione d’inchiesta, con il suo rapporto ci provò. Ma, vuoi per colpa sua, vuoi per il fragile e malsano contesto dell’Inghilterra di quegli anni, non ci riuscì. Dimostrò qualche inadempienza, quello sì. Manifestò timidamente l’incapacità della polizia nel gestire quella situazione, certo. Ma lì finì.

Mentre il Liverpool festeggiava, in silenzio, la vittoria della ripetizione del match, i tabloid inglesi, fedeli discendenti dei cugini americani dello “yellow journalism”, né parchi, né morigerati nei giudizi e nei contenuti, cavalcarono l’onda più facile: quella della violenza umana. La colpa era dei tifosi (a volte ritornano…) e, dissero, qualcuna di quelle bestie aveva addirittura depredato i cadaveri riversi sugli spalti. Non bastarono vent’anni.

Solo nel 2012, infatti, il governo dovette arrendersi di fronte all’evidenza. James Jones, vescovo di Liverpool, a capo dell’Independent Hillsborough Panel aveva stilato, dopo tre anni di indagini accurate, un rapporto di quasi quattrocento pagine. La tesi fallace degli hooligans ubriachi sopravvisse il tempo d’una sigaretta. Ad alzarne le preci fu una serie di rivelazioni inquietanti, tra le quali spiccarono le misurazioni del tasso alcolemico eseguite sui cadaveri dei bambini e la ricerca spasmodica di precedenti penali di coloro che erano rimasti sotto lo stampede mortale di ventitré anni prima.

Non solo. Andando contro, una volta di più, alle ricostruzioni degli anni precedenti, quel nuovo rapporto dimostrò che alle 15:15 del 15 aprile 1989, ossia mezz’ora dopo la sciagurata apertura del Gate C, almeno quarantuno delle novantasei vittime potevano essere salvate. Bastavano soccorsi tempestivi, bastavano.

L’impatto mediatico fu tale che l’allora premier David Cameron, in un amaro discorso consegnato suo malgrado alla storia, fu costretto ad ammettere colpe e responsabilità; a far smettere alle vittime i panni dei carnefici, a dire che polizia e giornali, una volta di più, avevano fornito versioni false dell’accaduto, tese a coprire l’assassina inettitudine della prima e ad annullare i resi dei secondi, modificando persino centosessantaquattro testimonianze a favore dell’operato di bobbies e soccorritori.

Quell’operato criminale consentì a Margaret Thatcher e al suo governo, in ogni grado e livello, di uscire puliti dal sangue della Leppings e, anzi, cogliere il plauso del resto del mondo nell’imporre nuove sanzioni e restrizioni ad ultras e tifosi.

Quella tragedia mise infatti al mondo un figlio deforme, balordo come le ricostruzioni giornalistiche dell’epoca. Quel modello inglese che ancora oggi cerchiamo infatti di ricalcare malamente, scimmiottare e del quale spesso i nostri giornali decantano non vizi ma solo virtù, è nato ventisei anni fa, nel tunnel del Gate C. E si è fatto grande, non c’è che dire.

Resta, per i morti, per i loro parenti, per tutti i tifosi, per noi, una speranza. Oggi infatti le indagini, riaperte in seguito al lavoro del vescovo Jones e della sua commissione, procedono spinte da una rinnovata sete di giustizia. Sul sito del Liverpool Echo esiste addirittura una pagina dedicata al disastro, dove si accavallano particolari, indiscrezioni, testimonianze, appelli degli stessi investigatori.

Intanto l’orologio di Anfield Road segna, ancora, le 15:06.

I mazzi di fiori, nei giorni successivi alla strage, in ricordo delle vittime